martedì 16 luglio 2013

"Io sono Cultura" - L'Italia della qualità e della bellezza sfida la crisi


La Cultura è decisamente uno strumento che serve all’Italia per rilanciarsi in questi tempi di recessione e Symbola, la Fondazione per le Qualità Italiane, (www.symbola.net) se ne è occupata in maniera concreta nel suo Rapporto 2013, denominato “Io sono cultura, L’Italia della qualità e della bellezza sfida la crisi”, presentato all’Università di Macerata lo scorso 4 luglio 2013 e realizzato insieme a Unioncamere, con la collaborazione della Regione Marche.

L’Italia, per la sua storia e per i suoi “prodotti”, è conosciuta e globalmente stimata, sia a livello artistico che a livello commerciale. Difatti, in un ranking mondiale sulle diverse tipologie di prodotto esportate, l’Italia si classifica ai primi posti su 5.517 prodotti. Siamo di “tendenza”, infatti, quando si parla di design, moda, meccanica, fino ad arrivare al nostro punto forte, l’agro-alimentare.

Punto fondamentale del rapporto è la scoperta che la Cultura è anticiclica grazie al moltiplicatore culturale, che ci mostra come per ogni euro che si genera in un museo o sito archeologico, se ne producano altri 2 di ricchezza per il territorio. L’artigianato artistico, insieme alle altre industrie creative, ne generano ulteriori 2,1. La produzione di un audiovisivo, di un libro o di una rappresentazione teatrale ancora altri 1,2, dimostrando ampiamente, quindi, che investire in cultura conviene, contraddicendo quanti, in modo superficiale e poco informato affermano che “con la cultura non si mangia”!

La Cultura, inoltre, contamina altri settori in modo diretto: i trasporti, il turismo, il commercio, la comunicazione e il marketing solo per citarne alcuni. Crea un effetto traino che porta a generare valore economico e sociale, cosa assai necessaria in questo momento particolare in cui ci troviamo.
Quando si parla del “sistema produttivo culturale”, ci si riferisce sicuramente al nostro ben conosciuto patrimonio storico-artistico, ma anche alle “performing arts”, cioè  all’intrattenimento, come la radio, il cinema, il design, l’editoria e così via. Se analizziamo il moltiplicatore del settore, in termini monetari, gli 80,8 miliardi di euro di valore aggiunto realizzati da tutti i comparti produttivi che si occupano di Cultura (inclusa la componente pubblica e quella non profit) nel 2012, sono riusciti ad attivare quasi 133,4 miliardi di euro, delineando una filiera culturale intesa in senso lato di 214,2 miliardi di euro, che equivalgono al 15,3% del PIL prodotto dall’intera economia del nostro Paese. Tra le regioni più virtuose, in grado di generare un buon moltiplicatore della ricchezza della cultura, troviamo il Friuli-Venezia Giulia, il Veneto, la Toscana e la Lombardia, seguite dalle Marche. Chiudono questa classifica la Liguria, il Molise, la Sardegna e la Calabria.
 
Nell’attuale situazione, purtroppo, le industrie culturali stanno sperimentando la ritrazione del sostegno pubblico, anche se la logica spingerebbe a non fare inaridire questa vena fertilissima. Ed è così che di fronte ai tagli pubblici subìti, si crea il bisogno di trovare finanziamenti, generando molteplici  iniziative di "crowdfunding digitale", una nuova maniera di raccogliere investimenti privati per progetti attraverso la "rete", come, tanto per citare un esempio, www.siamosoci.com

La Cultura italiana ha dimostrato, attraverso proficui risultati, che è il nostro grande e forse inestimabile patrimonio da conservare e coltivare con cura. Dobbiamo istituzionalmente e come popolo sentire la responsabilità di questo compito. In primo luogo, perché siamo debitori di questa tutela verso il nostro Paese e verso il resto del mondo e, in una prospettiva più commerciale, perché ci restituisce una grande ricchezza sul territorio, come il moltiplicatore culturale dimostra.

Questa risorsa, che è anticiclica, sostiene un’immagine internazionale di commercio molto competitiva, da alimentare con futuri  piani imprenditoriali, anche basati sul crowdfunding, che  rilanceranno e porteranno sempre più valore al territorio di pertinenza.

lunedì 8 luglio 2013

"L'Italia deve fare l'Italia!"


Non mi piace fare l’ottimista a tutti i costi. Ma, parafrasando Sant’Agostino che sosteneva che “il diavolo è solo un modo diverso di guardare Dio”, intendendo con ciò che la medaglia ha sempre due facce da osservare con occhi sinceri e soprattutto onesti, senza pregiudizi di sorta, direi che anche il nostro Made in Italy possa essere valutato secondo diversi punti di vista.

Da una parte, è vero, stiamo perdendo alcuni nostri pezzi pregiati. E’ di queste ore che anche "Loro Piana" è finita sotto le “grinfie” francesi, per esempio. Da questo stesso punto di vista c’è sempre da considerare la progressiva perdita di credibilità di cui, complice una classe politica inadeguata, sta ancora soffrendo il nostro beneamato Paese. “Il modello di specializzazione dell’Italia è molto simile a quello di Paesi emergenti come la Cina – si legge sull’ultimo rapporto, datato 4 aprile 2013, dedicato all’Italia dalla Commissione Europea – con la maggior parte del valore aggiunto in settori tradizionali a bassa tecnologia, principalmente a causa della limitata capacità innovativa delle imprese italiane”.

Ma, è proprio così? Siamo così scarsi con le nuove tecnologie e siamo così poco competitivi in termini di innovazione complessiva? Anche qui dipende dai punti di vista e, soprattutto, dalle lenti del pregiudizio, che condizionano. E non poco.

E’ stato appena pubblicato un importante e decisamente sorprendente rapporto (almeno per chi usa gli occhiali sbagliati) realizzato congiuntamente dalla Fondazione Symbola, da Unioncamere e dalla Fondazione Edison che si chiama “I.T.A.L.I.A. – Geografie del nuovo Made in Italy” che ci mostra e dimostra, numeri alla mano, un’Italia diversa.

Intanto, I.T.A.L.I.A., è un acronimo che sta per “Industria, Turismo, Agroalimentare, Localismo e Sussidiarietà, Innovazione, Arte e Cultura”, in poche parole i pilastri del Made in Italy, le frecce all’arco del nostro Paese nei confronti del mondo. Lo studio è corposo e ne consiglio un’approfondita lettura perché, statene certi, non troverete niente di scontato.

Mi limito a darvi qualche chicca che, spero, vi invoglierà a cercarlo e a scaricarvelo dal sito di Symbola (www.symbola.net).

Cominciamo con un numero: quasi mille prodotti “Made in Italy”, nonostante l’indubbia crisi economica che sta investendo l’Italia come la maggior parte del mondo, generano un saldo commerciale attivo da record di ben 183 miliardi di dollari! Nel rapporto, infatti, mentre si ammette l’indubbia difficoltà di cui sta soffrendo il nostro mercato interno, si sottolinea come non si possano continuare ad adottare parametri obsoleti, quali la quota di mercato detenuta sull’export mondiale, per misurare la competitività del sistema produttivo italiano. Se invece prendiamo come indicatore della nostra competitività la bilancia commerciale dei singoli prodotti, ecco come i risultati cambiano enormemente ed emergono la creatività e la duttilità del nostro Made in Italy, con le conseguenti capacità di far fronte, al mutare degli scenari e ai marosi della crisi economica. Infatti, l’Italia è uno dei soli 5 Paesi del G-20 (insieme a Cina, Germania, Giappone e Sud Corea) ad avere un surplus strutturale con l’estero nei prodotti manufatti non alimentari. Ciò vuol dire che, escludendo l’energia e le materie prime agricole e minerarie, l’Italia è uno dei Paesi più competitivi a livello mondiale. Stupiti? Eppure, lo dicono i numeri, vantiamo quasi 1000 prodotti in cui siamo nei primi tre posti al mondo per saldo commerciale attivo con l’estero. Nel rapporto si usa un’efficace metafora: quella dell’Olimpiade. Se pensiamo al mercato globale come a un’Olimpiade e ai prodotti come altrettante discipline sportive in cui primeggia chi ha un export decisamente migliore dell’import, l’Italia sale sul podio ben 1000 volte! Meglio di noi si comportano solo, e sottolineo solo, Cina, Germania e USA. Ed è ovvio che, se poi guardiamo esclusivamente all’Europa, il campionato europeo lo perdiamo solo nei confronti della Germania, noi ben davanti alla Francia, per esempio, le cui finanziarie stanno facendo shopping dalle nostre parti.

Se andiamo nel dettaglio, continuando con la nostra metafora, l’Italia vanta 235 medaglie d’oro (cioè altrettanti prodotti!) per saldo commerciale. Queste eccellenze del podio ci portano a guadagnare, come sistema Paese, ben 63 miliardi di dollari. Le “medaglie d’argento”, che sono 390, contribuiscono con ulteriori 74 miliardi di dollari di attivo. Completano il podio le “medaglie di bronzo” dell’export italiano: 321 prodotti che portano ancora 45 miliardi di valore complessivo. Da non dimenticare poi i quarti e quinti in classifica, pur sempre altrettante "eccellenze", che sono ben 492 prodotti, che aggiungono ulteriori 38,4 miliardi di dollari, da sommare ai 183 miliardi dei primi tre classificati.

Basta ciò per essere contenti e soddisfatti? Sicuramente no! Il rapporto però traccia delle chiare linee guida per le istituzioni e per la classe dirigente di questo Paese, su quanto l’Italia dovrebbe fare per uscire, e in fretta, da questa crisi, magari addirittura rinforzata rispetto a prima del suo esplodere. La ricetta? "L'Italia, deve fare l’Italia” e null’altro! Sarebbe difatti già molto procedere secondo le “nostre corde”, quelle che abbiamo da secoli a disposizione, grazie alle competenze e alle tipicità accumulate dai nostri territori. Ciò basterebbe ad accaparrarsi sempre più medaglie d’oro sul terreno della competitività mondiale, moltiplicando quindi la ricchezza che da queste si genera e migliorando di conseguenza lo stato di salute della nostra economia.

Mi fermo qui, sperando di avervi solleticato l’interesse per un approfondimento e per una lettura del rapporto completo che, ripeto, per molti versi potrebbe risultare sorprendente. Come diceva Thomas Alva Edison: “Se fossimo ciò che siamo capaci di fare, rimarremmo letteralmente sbalorditi”.

giovedì 20 giugno 2013

"Se qualcosa può andare male, lo farà in triplice copia!" (Arthur Bloch)


Scriveva Ephraim Kishon, in Paradiso come nuovo affittasi, che “I burocrati sono numerosi come i granelli di sabbia in riva al mare. Con la differenza che la sabbia non prende lo stipendio.”
E’ un’opinione diffusa e, purtroppo, confermata dai fatti che se i burocrati e la burocrazia in genere rappresentano una delle “palle al piede” di qualsiasi progresso sociale, politico ed economico, in tutto il mondo, questo aspetto in Italia raggiunge livelli insopportabili. E se ciò è vero sempre e a prescindere, lo è ancora di più in momenti gravemente recessivi come questi, quando sulla velocità delle azioni, sulla rapidità dei movimenti e delle “intraprese” si fondano le possibilità di restare a galla e di non affondare con tutta la nostra bella Penisola.

Quindi, se guardiamo all’esercito dei burocrati che ingrossa le fila delle istituzioni pubbliche italiane, letteralmente osteggiando quel qualcosa che si cerca di fare per rilanciare la nostra economia, la definizione di Kishon ci porta a concludere che oltre al danno dell’immobilità cui ci costringono, dobbiamo metterci anche l’elevato costo pubblico rappresentato da stipendi in buona parte inutili. Naturalmente, non voglio fare di tutta l’erba un fascio, e non voglio dire che tutti coloro che lavorano nella burocrazia italiana siano dei “fancazzisti” succhia soldi. Ci sono anche fior di professionisti, per capacità e correttezza. Resta però il fatto che, anche senza essere il Gabibbo di “Striscia la notizia”, basta girare un po’ l’Italia per mettere insieme un’enciclopedia di vessazioni, di inefficienze, di sprechi e di inettitudini che derivano da uffici pubblici mal gestiti e peggio diretti.

Ma la cosa che trovo più insopportabile è il tentativo di molti di questi signori di evitare di prendersi delle responsabilità. Quelle responsabilità che invece, per ruolo e mansione, dovrebbero accettare e di cui dovrebbero rispondere all’opinione pubblica. Comodo non fare, per non dover poi render conto di quanto fatto!

Il risultato? Tempi lunghissimi per autorizzazioni di qualsiasi natura, imprese che falliscono ancor prima di esser riuscite a compiere un solo atto produttivo, a causa della mancanza di risposte che non arrivano dagli uffici preposti per darle. E un Paese che langue, asfissiato da chi dovrebbe curare gli interessi collettivi e che invece si preoccupa solo dei propri personali e di quelli del “branco” che rappresenta. Del resto, lo descriveva bene già Ennio Flaiano, quando scriveva: “Gli presentano il progetto per lo snellimento della burocrazia. Deplora l'assenza del modulo H. Conclude che passerà il progetto, per un sollecito esame, all'ufficio competente, che sta creando…”.

Cosa aspetta la politica a sfoltire questi uffici e a snellire le procedure per portarci alla pari del resto d’Europa? Sono convinto che noi italiani abbiamo “una marcia in più” dal punto di vista imprenditoriale e del saper fare, ma se questa marcia viene a essere messa costantemente “in folle” dall’apparato pubblico, la macchina non riesce nemmeno a raggiungere la strada e a intraprendere il percorso per raggiungere un obiettivo che, alla fine, dovrebbe essere condiviso. Perché, caro burocrate, su quell’auto ci siamo tutti e se non partirà mai, o se a forza di farla rallentare la fermi completamente, prima o poi rimarrai a piedi anche tu…!

martedì 11 giugno 2013

“Le parole hanno il potere di distruggere o di risanare. Quando sono vere e gentili, possono cambiare il mondo”.


Il Buddha diceva che “Le parole hanno il potere di distruggere o di risanare. Quando sono vere e gentili, possono cambiare il mondo”.

Di solito, non entro nel merito diretto della politica intesa come “competizione fra partiti”, ma stavolta faccio un’eccezione. In fondo, mi occupo da 25 anni di comunicazione e, alla fine, in un modo o nell’altro, qualcosa ho imparato, nel mio piccolo. Mi faccio quindi un po’ i fatti di Grillo e del suo Movimento e mi permetto, in punta di piedi, di far riflettere sul loro modo di fare comunicazione. Perciò, non mi occupo del programma politico, della sua proposta o se il Movimento abbia fatto bene o male a non fare il Governo con Bersani. Ho le mie idee al proposito, ma lascio ad altri esprimere commenti pubblici su ciò. Io guardo alla comunicazione e alle reazioni della gente.

E’ un dato di fatto inconfutabile, penso, che il M5S abbia rappresentato una “ventata di novità” nel panorama politico italiano. E’ altrettanto indiscutibile che l’importante affermazione elettorale ottenuta alle “politiche” non solo lo abbia messo in grado di fare da “ago della bilancia” nella governabilità di questo Paese, ma, anche e soprattutto, abbia imposto serie revisioni interne agli altri partiti e al “sistema politico” in generale. Quindi, credo che gli italiani, a febbraio, fossero in gran parte contenti di questo successo del M5S, anche non avendolo votato, perché era indubbio che, finalmente, qualcosa di nuovo stesse accadendo in questo Paese spesso troppo immobile. Ma, nel giro di tre mesi, questo importante patrimonio “rivoluzionario” è andato perso, forse non irrimediabilmente, ma comunque per ora messo da parte.

Quanti di voi, come me, hanno avuto amici che tradizionalmente votano per  la “destra” o per la “sinistra” politica e che a febbraio hanno votato per il M5S? Molti, vero? Alcuni di questi miei amici, mi hanno proprio sorpreso, quando mi hanno confessato di averlo fatto. Non avrei mai pensato che quella pensionata, innamorata del Cavaliere, lo avrebbe “tradito” con Grillo; né che quel giovane attivista del PD, si sarebbe fatto affascinare dal Movimento “non partito”, mettendoci sopra una X sulla scheda elettorale. Eppure, è successo, e per milioni di voti!

Ma di questi miei conoscenti, coloro almeno che si sono dovuti confrontare con le “amministrative” e che quindi han dovuto rifare la scelta elettorale, non uno ha rivotato il M5S, preferendo il ritorno alle vecchie e tradizionali liste civiche espressioni di più rassicuranti – evidentemente per loro – modi di fare politica.

Io credo che l’errore di Grillo in questi mesi sia stato evidente. Continuare a vedere il “bicchiere mezzo vuoto”, l’Italia sull’orlo del fallimento, ribattere in maniera martellante la mancanza di speranza per questo povero Paese, il darci già tutti per spacciati non può farti andare troppo lontano. O meglio, serve all’inizio, quando diventi collettore di tutto il malcontento di un Paese, di tutta la rabbia che si è accumulata contro una classe politica privilegiata e inetta che ha fatto ben poco per il bene comune. Ma poi la gente ti ha votato e, di conseguenza, si aspetta delle proposte, se non addirittura la conduzione del sistema, il governo, la responsabilità di chi fa. Continuare a inveire, a ululare alla luna, a vedere la tragedia dietro l’angolo non solo non serve, ma porta il popolo a prendere le distanze, soprattutto gli italiani, se non altro per stanchezza e bisogno di una luce in fondo al tunnel. E’ vero che un pessimista è “un’ottimista bene informato”, ma dopo, a lungo andare, la tua pesantezza ti fa fare la fine di Totò nel film in cui interpretava lo iettatore (“anatema a te!”): la gente ti evita e fa gli scongiuri pur di non aver più a che fare con la tua maledizione perennemente lanciata! Insomma, nella storia della comunicazione politica di tutto il mondo si può vedere come, dopo un periodo di sacrosanta denuncia e informazione, subentri la fase della proposta non urlata, ma concreta, del rispetto di chi la pensa diversamente da te e un domani potrebbe anche sostenerti. Arriva il momento dell’ “I have a dream”, del “Yes, We can” ecc.

Allora tutti gli anni sprecati dalla sinistra italiana a cercare di cancellare, sempre con la comunicazione, la controparte berlusconiana con le accuse “ad personam”, perdendo poi regolarmente le elezioni, non hanno insegnato niente? Intanto, si dovrebbe imparare che, alla fine, la gente, anche se magari passa una prima fase di rabbia, tende poi a prendere le parti dell’underdog, come dicono gli anglosassoni, cioè delle vittime, degli accusati, per quello spontaneo movimento di identificazione verso chi viene vessato da insulti e accuse che non riescono però a dargli il KO definitivo, e che alla lunga anzi lo rinforzano. E poi, perché se tutto il tuo impegno sta nel cercare dialetticamente di cancellare l’avversario, non ti rimane spazio per dire cosa andrebbe fatto per evitare che la barca affondi. O, perlomeno, alla gente non arriva più la tua proposta perché assillata dalle accuse, dalle battute, dalle irrisioni nei confronti dei tuoi avversari politici, dei loro elettori, dei giornalisti e dei media in generale. Anatema verso tutto e tutti, perciò, con il risultato che corriamo a cercarci in tasca l’amuleto personale, ma forse mettiamo da parte, magari definitivamente, quella speranza che qualcosa sarebbe cambiato e che questo Paese sarebbe diventato, dal punto di vista politico e istituzionale, un po’ più “normale” e moderno! Peccato…

martedì 4 giugno 2013

Ecogreen per l'Italia: evviva!!


Chi mi conosce sa che da anni personalmente mi batto, nel mio piccolo, per un’Italia cha abbracci definitivamente, senza reticenze e tentennamenti, la via della Soft Economy. Il che vuol dire la strada dell’economia che si sposa con il territorio, e quindi sia sostenibile; della preservazione dell’arte e della cultura che ci rendono senza uguali nel mondo; della conservazione di un ambiente, e della biodiversità che ne è espressione, di peculiare bellezza.

Un anelito di speranza affinché si uniscano le forze per promuovere ciò che a me e a molti altri sembra ovvio, ma che i nostri governanti e le nostre istituzioni politiche fanno finta di non sapere e di non vedere, ci arriverà il prossimo 28 giugno da Roma, giorno in cui sarà battezzato “Ecogreen per l'Italia”, un’iniziativa promossa da persone con storie diverse, unite però dalla convinzione che per affrontare la crisi di oggi “serva un radicale cambiamento culturale nelle classi dirigenti e serva un ‘green new deal’, un nuovo patto sociale all’insegna della green economy e dell’ecologia”, come si legge sul manifesto di costituzione.

L’appuntamento sarà quindi a Roma, all’Auditorium del Maxxi, Museo romano d’arte contemporanea progettato da Zaha Hadid, e durerà dal mattino alle 10,00 al pomeriggio alle 17,00 di venerdì 28 giugno. Saranno presentati nell’arco della giornata le idee, le proposte e gli obiettivi di Ecogreen.

Per chi volesse avere maggiori informazioni è possibile scaricare il manifesto che spiega il senso dell’iniziativa cliccando su http://ecogreenitalia.wordpress.com

Sarebbe lungo riportarvi qui il manifesto, articolato e ben fatto, che credo vada letto per come è stato redatto, per intero, lasciando al lettore il modo di “sentirselo proprio” o meno. Ci tengo però a evidenziare che Ecogreen per l’Italia si definisce un’”impresa politica”, che vuol dare nuova speranza all’Italia partendo dall’idea che un’economia e una società “green” siano la risposta più efficace e promettente agli importanti problemi che oggi siamo costretti ad affrontare, e non solo in Italia.

Ecogreen vuole proporre un nuovo patto sociale fondato sulla green economy e sulla conversione ecologica di produzioni e consumi. Ciò al fine di “risollevare l’Italia nel segno della sostenibilità ambientale e sociale; per creare ricchezza senza distruggere la natura, il paesaggio e gli equilibri ecologici; per creare lavoro investendo nella qualità ambientale e nelle altre grandi risorse immateriali come l’educazione, la cultura, la conoscenza, la coesione sociale, la partecipazione democratica, la legalità.”

Sempre sul manifesto si legge:  “Amiamo l’Italia e per questo la vogliamo più sostenibile, più dinamica, più equa, più civile. Crediamo che il nostro Paese abbia le risorse materiali e morali, il patrimonio di saperi scientifici e tecnologici necessari a garantire una prospettiva di sviluppo duraturo e di benessere diffuso; ma tale possibilità non è scontata e per concretizzarla occorre dare una nuova centralità ai valori dell’equità sociale, della sostenibilità ambientale, dell’etica pubblica, della promozione del merito individuale."

Come dirlo meglio? Forza Ecogreen: siamo con voi!!!

lunedì 20 maggio 2013

Belli e Ben Fatti!


Una recente ricerca del Centro Studi Confindustria e di Prometeia ha confermato quanto il prodotto “bello e ben fatto” del Made in Italy sia ancora, recessione o no, una variabile vincente per poter rilanciare la nostra economia. La ricerca, giunta alla sua IV edizione e chiamata efficacemente “Esportare la Dolce Vita”, evidenzia, qualora ce ne fosse ancora bisogno, che le importazioni da parte dei soli Paesi emergenti dei prodotti BBF (Belli e Ben Fatti) crescerà fino a 169 miliardi, traguardo previsto per il 2018! Ben 54 miliardi in più rispetto al 2012, con un aumento del 47%. In “pole position” in questa eccezionale crescita ci sono la Russia, la Cina e gli Emirati Arabi Uniti.

Questo dato, di per sé più che interessante, assume ancora maggior valore se consideriamo che non sono inclusi nel prodotti BBF i beni di lusso, ma solo quelli di fascia medio-alta dell’alimentare, dell’arredamento, dell’abbigliamento, delle calzature e del tessile casa. A questi settori si aggiungono, per la prima volta in questa edizione recentemente presentata a Milano, l’occhialeria e l’oreficeria-gioielleria.

La  ricerca poggia la sua previsione anche su un’altra evidenza: nel 2018 ci saranno nel mondo ben 194 milioni di nuovi ricchi oltre quelli già censiti nel 2012. E detta alcune raccomandazioni, fondamentali per riuscire a raggiungere e implementare questi obiettivi decisamente alla portata del nostro Paese e dei nostri imprenditori. La produzione culturale italiana, per esempio, deve essere assolutamente rafforzata, perché in grado di consolidare l’immagine del BBF nel mondo trasmettendo valori e contenuti dell’Italian style of life, di traino a tutto il resto delle nostre esportazioni; poi, le istituzioni devono spingere affinché la nostra imprenditoria difenda l’importanza della filiera del BBF, che garantisce la qualità del prodotto italiano, rinsaldando l’immagine che all’estero viene percepita del Made in Italy. Anche perché si deve tenere presente che  il tessuto imprenditoriale del BBF, composto da 15mila imprese, rappresenta un quinto delle imprese manifatturiere esportatrici italiane, con una dimensione contenuta, ma con una grande vocazione proprio all’internazionalizzazione.

Ancora una volta ci tengo a dire: abbiamo già molto in Italia, innanzitutto il nostro immenso patrimonio artistico e culturale. Abbiamo poi una rete di imprese, in parte già portate per indole all’esportazione, che rappresenta lo zoccolo duro del Made in Italy e che ha ben fatto nel passato contribuendo non poco alla costruzione di questa solida immagine del nostro prodotto all’estero. Infine, i mutanti scenari dell’economia mondiale, con  l’emergere di Paesi che identificano un nuovo e potenzialmente fortissimo bacino di sbarco e di utenza per il nostro “saper fare”. Tutto ciò si traduce in un grandissimo potenziale di benessere per la nostra Italia e per noi che ci viviamo. Saremo mai capaci di comprendere che siamo alla guida di una Ferrari che richiederebbe solo un po’ di buon senso per vincere il Gran Premio della vita e della storia di questo nascente Terzo Millennio?

martedì 14 maggio 2013

La carta e il territorio


Da tempo sono convinto che in Italia abbiamo già tutto per uscire da una crisi economico-sociale nella quale, con maggiore consapevolezza in più da parte dei nostri connazionali e delle nostre istituzioni politiche nazionali e territoriali, non saremmo mai dovuti entrare o che, perlomeno, avremmo dovuto vivere solo marginalmente. E non sembri un’esagerazione quanto affermo!

Abbiamo il 65% del patrimonio culturale del mondo che, detta così, già colpisce come dato, e quasi spaventa, per il preponderante, direi schiacciante peso che la nostra nazione ha nel racconto della storia umana su questo pianeta. Eppure, non riusciamo ancora a valorizzare questo enorme tesoro che i nostri antenati ci hanno messo a disposizione. Non solo, ma lo stiamo progressivamente perdendo se presto non vi metteremo coscientemente e coscienziosamente mano.

In un contesto globale, in cui gli equilibri dell’economia cambiano e all’era dell’industrializzazione e della globalizzazione si sostituisce quella della terziarizzazione, del ritorno all’artigianato e della riscoperta dei territori, molti Paesi stanno cercando, non senza voli pindarici, di trovare argomenti e oggetti che possano dare risposta nell’offerta a questo nuovo tipo di domanda. Ma noi italiani abbiamo già tutto e, in fondo, noi delle ultime generazioni, la pappa ce la siamo trovata pronta.

Avete letto, per esempio, “La Carta e il Territorio” del francese Michel Houellebecq ? Racconta di una Francia dei decenni a venire in cui la gente torna a popolare i territori rurali, che progressivamente avevano perso attrattiva nell’era dell’urbanizzazione di massa tipica della fine del secolo scorso, perché la campagna e le tradizioni tornano di moda e i ricchi di tutto il mondo rivalutano un modo antico di vivere. Questo trasforma la Francia in una sorta di grande parco divertimenti. “Di fatto, i nuovi abitanti delle zone rurali non assomigliavano affatto ai loro predecessori. Non era stata la fatalità a indurli a lanciarsi nell’attività artigiana del cestaio, nel rinnovamento della casa contadina da affittare a turisti o nella produzione di formaggi, ma un progetto d’impresa, una scelta economica… Questa nuova generazione si mostrava più conservatrice, più rispettosa del denaro e delle gerarchie sociali. In modo sorprendente, il tasso di natalità in Francia era effettivamente risalito, senza tenere conto dell’immigrazione che si era comunque azzerata dopo la scomparsa degli ultimi lavori industriali e la riduzione drastica delle misure di previdenza sociale, all’inizio del terzo decennio del 2000”.

Appare evidente, quindi, come tutto il mondo stia cercando di tornare a una dimensione di vita, di produzione e di consumi più a misura d’uomo. Ciò ha niente a che vedere con la “decrescita felice”, anzi. L’obiettivo è invece quello di ritrovare un benessere cresciuto e diffuso, legato ai territori che viviamo e meno accentrato sia nelle mani di pochi individui che di pochi luoghi.  Il segreto sta nel continuare a crescere dal punto di vista sociale ed economico – il che significa una più equa ripartizione delle risorse e non una crescita indifferenziata e illusoriamente illimitata dei PIL – senza essere ostili verso il territorio di appartenenza, oltraggiandolo con comportamenti lesivi, ma anzi difendendolo e valorizzandolo. Solo così il mondo di potrà salvare e solo così l’Italia potrà tornare a essere “caput mundi”: facendo l'Italia!